martedì 17 novembre 2015

Film/documentario: The True Cost

Come vi accennavo l'altro giorno sulla mia pagina fb (se ancora non mi seguite, mi trovate come My Favourite Things), mi è capitato di guardare il documentario The True Cost, suggerito dalla bravissima Giulia di Rock'N'Fiocc, se non la conoscete vi consiglio di andare assolutamente a guardare il suo blog e ad aggiungerlo fra i preferiti.
The True Cost è un film/documentario di denuncia del sistema della moda e dell'abbigliamento e in particolare della così detta "fast fashion", ovvero le catene di abbigliamento per intenderci.

           

Mi sono interessata subito all'argomento per via di una sorta di ossessione nei confronti dei materiali che ho sviluppato nell'ultimo anno. Il tutto è nato dai pigiami: indumenti che indossiamo sempre, spesso per la maggior parte dell'anno e che quindi, per cause di forza maggiore, subiscono un'usura elevatissima. Mi sono ritrovata con tutti pigiami pieni di pallini, che dopo i primi lavaggi si accorciavano, dopo averli indossati un paio di notti puzzavano. La causa di tutto questo è senza dubbio la scarsa qualità dei materiali. 

Ho iniziato a cercare indumenti di qualità, vero che i pigiami presi al mercato costano 5€, ma senza dubbio valgono altrettanto. Complice della mia riflessione è stata anche la famosa età dell'oro dei miei genitori in cui, a quanto pare, ogni cosa che veniva comprata decenni fa aveva una durata pressoché eterna e una fattura eccelsa. Tutt'ora mi trovo ad indossare un soprabito di lana di mia madre che aveva in viaggio di nozze. 




Un paio di settimane fa ho passato un'intera domenica con un'amica a scandagliare ogni catena, da Zara fino a Cos, passando per & Other Stories. Niente, era quasi impossibile trovare un abito che non fosse di poliestere, viscosa, poliammide (e che è?!), di tutte le etichette non ce n'era una che riportasse 100% lana, 100% cotone, 100% angora, anzi no, un grazioso maglioncino senape. Per non parlare dei prezzi, quasi 200€ per dei cappotti che si rovinano solo con la frizione della tracolla della borsa. 
Voi direte, sì va be', ma che c'entra tutta questa filippica sui materiali con il documentario? C'entra, c'entra eccome. The True Cost non solo denuncia le condizioni di lavoro degli operai dell'industria tessile (come mai tutti gli abiti che acquistiamo sono prodotti in paesi sottosviluppati?), di cui tutti più o meno siamo al corrente, ma mette in risalto una sfaccettatura a cui non avevo mai pensato: quella psicologica.



All'interno del documentario spesso appare più volte la domanda "Siamo davvero convinti di essere ricchi perché possiamo permetterci 10 maglie a 5$?". La risposta è ovviamente no. 
Ci è stata infusa la convinzione che comprare, comprare tanto, a poco prezzo, ci abbia portato ad una condizione di ricchezza, più si possiede e più c'è benessere. Quante maglie di quelle che compriamo sopravvivono a più di due stagioni? Quante di queste tornano nell'armadio senza che il materiale abbia fatto i così detti pallini? Quanto di quello che compriamo ci serve davvero? Quante volte ci siamo detti "ma sì lo prendo, tanto costa solo 10€ e male che va lo butto"? E quanti soldi avremmo risparmiato senza comprare tutte quegli inutili indumenti a 5€ da poter poi investire in un capo di ottima fattura, qualità e che potrete indossare negli anni. 



Non mi addentro nell'aspetto politico/economico/ecologico della faccenda, sia perché non ne ho le competenze, sia perché penso che, in maniera più o meno consapevole, siamo tutti al corrente di questi risvolti. Inoltre The True Cost riesce a parlare tramite le immagini molto più di quanto potrei fare io con miliardi di parole. Vi dico soltanto che nel documentario viene affermato che l'industria della moda è la seconda più inquinante dopo quella del petrolio, e non aggiungo altro.





Se forse ci siamo desensibilizzati all'aspetto economico-sociale della questione, vi invito a riflettere su quello personale. Non penso che dall'oggi al domani sia possibile smantellare un sistema come quello delle catene di abbigliamento, ma penso sia possibile acquistare in maniera più consapevole, ad un consumo ragionato. E' possibile seguire un'etica dell'acquisto e perché no, del riciclo. La stessa Giulia suggerisce canali alternativi come il vintage (frugate negli armadi delle nonne e delle mamme, non sapete che tesori nascosti ci sono), oppure i negozi dell'usato in cui è possibile trovare del second hand di qualità, perfettamente igienizzato e valutato prima di essere messo in commercio. Sono negozi in cui si possono trovare vere e proprie chicche, per qualità e brand, abiti che per qualcuno sono diventati inutili, ma che possono avere una nuova vita nelle mani di qualcun altro.
Se pensate di non essere in grado di cambiare le sorti della manifattura tessile e dei suoi lavoratori, pretendete più rispetto per voi stessi e per i vostri soldi. 

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